I Benedettini

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"Ornata di portici aveva trentadue colonne, fra le quali pendevano preziose cortine;

sul frontespizio dell’Abbazia splendevano in lettere d’oro i seguenti versi:

 

QUAEQUE VIDES HOSPES PENDENTIA CELSA VEL IMA VIR

DOMINI JOSUE STRUXIT CUM FRATRIBUS UNA

 

e cioè:

 

Tutte le strutture che tu vedi qui, o viaggiatore, dalle più grandi alle più umili,

furono costruite dal servo di Dio Giosuè e dai monaci suoi fratelli”.

 

Le valli, i monti e le colline del paesaggio molisano si sono arricchite, grazie all’opera dei Benedettini, di torri e castelli divenuti punti nodali del sistema difensivo del territorio monastico: i borghi fortificati, sorti nel tempo, configuravano il suggestivo patrimonio architettonico della valle del Volturno.
Dall’alto medioevo fino ad un inoltrato settecento molte furono le cinte murarie, le rocche ed i castelli che ebbero ampliamenti e migliorie, contribuendo così ad arricchire artisticamente la zona.

Pregiato tesoro nazionale è il ciclo degli affreschi della cripta dell'abate Epifanio , mentre la Basilica di San Vincenzo Maggiore, costruita dall'Abate Giosuè con il sussidio di appartenenti alla dinastia di Carlomagno, pure nello stato attuale di ruderi, è una meraviglia d'architettura carolingia.

A narrare la storia dei benedettini è il monaco Giovanni nel "Chronicon Vulturnense", codice minato del XII secolo, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Era il 702 quando tre nobili beneventani Paldone, Tatone e Tasone scelsero le sorgenti del fiume Volturno come luogo di pace e preghiera. Qui costruirono un edificio di modesta ampiezza, ma di fondamentale importanza per la rinascita di quei posti. In meno d'un secolo il monastero divenne una delle abbazie più grandi d'Europa e un centro d'alta cultura spirituale ed intellettuale. Tra le opere d'arte realizzate dai monaci ebbero posto preminente la lavorazione del vetro, della ceramica e del metallo, la pittura a smalto, la scultura, la calligrafia, la miniatura su manoscritto e l'arte dell'affresco.

Il 10 d'ottobre del 881 questa vita d'intensa creatività fu violentemente interrotta da una strage saracenica. Il monastero fu bruciato e furono uccisi tra cinquecento e novecento monaci. I superstiti fuggirono a Capua. Nel 914 la comunità ritornò a San Vincenzo, ripristinò gli antichi edifici e restaurò la vita regolare. Nel XII secolo un monastero,  fu ricostruito negli stessi luoghi, sulla sponda opposta del Volturno, utilizzando gran parte delle pietre e degli elementi decorativi dell'antico fabbricato. I ruderi del monastero primitivo furono riempiti e trasformati in terrazzi per la coltivazione agraria. Fu nel nuovo monastero che il famoso Chronicon Vulturnense vide la luce. Oggi il monastero è abitato da una piccola comunità di suore di clausura che pratica la regola benedettina dell'ora ed labora, lavorando nel piccolo orto e nelle officine dell'abbazia, dove rilegano libri, producono ceramiche,  candele e miniature.

Il Monastero di San Vincenzo al Volturno costituisce un passaggio obbligato per una corretta lettura del monachesimo benedettino nel Molise, dove i seguaci del Santo di Norcia svolsero il ruolo di grandi protagonisti della nuova ‘costruzione’ del territorio, anche di quello più povero e interno. I loro monasteri non lasciarono un lembo scoperto, da Termoli a Venafro, da Agnone a Riccia. Di tutti, però, il monastero di San Vincenzo al Volturno fu il primo non solo in ordine di tempo. Sorto agli albori dell’VIII secolo, divenne ben presto avamposto del papato nel Mezzogiorno d’Italia e interlocutore privilegiato dei principi longobardi e dei sovrani carolingi, prodighi di donazioni per aumentare il proprio prestigio.

Anche a Civitanova del Sannio si conservano ancora i ruderi di uno dei più importanti monasteri benedettini del Molise: quello di S. Benedetto dal cavallo bianco (S. Benedictus de iumento albo) sicuramente esistente nel 1002, come attestano i documenti di Montecassino.

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