Homo Aeserniensis

Le testimonianze di una Comunità di Homo Erectus che visse sul territorio isernino oltre 736.000 anni fa, fanno delle Terre Pentre la culla della civiltà europea. Utilizzava il fuoco, cacciava in gruppo, costruiva abitazioni e si serviva dell'ocra per dipingere, abilità che hanno portato gli studiosi a distinguerlo con il nome di Homo Aeserniensis.

Non era un uomo scimmia come i suoi antenati, aveva una posizione eretta  ed una capacità cranica sì inferiore alla nostra, ma senza dubbio con un notevole sviluppo psichico, come testimonia l'uso del fuoco. Viveva una vita nomade e si spostava in cerca di animali di cui cibarsi, l'Homo Aeserninensis, individuo nient'affatto disagiato si sapeva difendere, non era esposto a pericoli e  si raggruppava in comunità numerose.

Impossibile dare un numero certo su quanti individui vivessero ad Isernia in questo periodo, poichè non sono mai stati trovati resti umani, ma considerata la grande quantità di reperti emersi fra chopper, chopping tools (strumenti in calcare ) e ossa di animali lavorate e selezionate, si può ipotizzare una presenza nutrita di questi uomini.

La storia della sua scoperta è casuale ed ha inizio nel 1978, mentre si lavora alla realizzazione della superstrada Napoli – Vasto. Gli scavi della località isernina "La Pineta" riportano alla luce i resti più antichi della penisola italiana, suscitando gli interessi di alcuni studiosi dell’Università di Ferrara, che per prima si è occupata di studiare i reperti, da istituzioni di Amsterdam, Pittsburg, Roma e,  dall’Università del Molise. La quantità e qualità delle ossa rinvenute fa ipotizzare che qui l'uomo si fermò per diversi anni e bonificò l'intera area creando una struttura abitativa definitiva che gli consentisse di stare all'asciutto. In uno scenario vagamente esotico del Paleolitico inferiore, simile ad una savana, l'Homo Aeserniensis conosceva  anche l'uso delle macchine semplici (piano inclinato, rullo e leva) che gli permise di trasportare e posizionare pesanti massi in travertino per la costruzione del suo accampamento.

Isernia era in pratica una sorta di “mattatoio a cielo aperto” ed è per questo che i reperti constano principalmente di resti di animali e di strumenti litici che servivano per ucciderli e tagliarli, oltre che di alcune “chicche”, come i resti più antichi che attestano l’uso dell’ocra – il che indica probabilmente l’esistenza di primissime espressioni grafiche – e del fuoco.

Gli archeologi di tutto il mondo si sono resi conto dell’unicità di questo sito, importanti riviste internazionali, come Nature e National Geographic, ne hanno parlato, un archeologo come Donald Johanson, l’autore di “Lucy”, il libro sul famoso scheletro umano ritrovato in Africa, lo ha definito come un “riferimento obbligato alla ricerca mondiale”. Peccato però che, oltre agli esperti del settore, siano pochi coloro che riconoscono l’importanza del sito archeologico isernino.

Tracce di preistoria nella provincia di Isernia si riscontrano anche in Alto Molise, dove sono stati rinvenuti migliaia di reperti. Ricco di corsi d'acqua e laghi pescosi, nonché risorse vegetali e faunistiche l'Alto Molise favorì lo stanziamento di gruppi umani per lunghissimi periodi. In sintesi tre grandi gruppi umani popolarono il territorio della provioncia: Homo heidelbergensis (Paleolitico inferiore 800mila - 300mila anni fa), Homo neanderthalensis (Paleolitico Medio 120mila - 24mila anni fa), Homo Sapiens (Paleolitico superior 40mila - 11mila anni fa).

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