L'attività agricola

La pratica dell'agricoltura nella provincia di Isernia ha origini antichissime. Oggi, se alcuni comuni di bassa collina hanno un'economia con un'attività agricola specializzata, altri più montani e marginali presentano un territorio con un'alta incidenza di aree boschive ed altri, infine, si caratterizzano per una prevalente attività zootecnica.

Con l'inizio del regno Longobardo di Alboino nel 568,  la regione sannitica si riprese dalla decadenza economica e sociale subita durante l'impero romano. L'opera dei monaci , dei benedettini in particolare, coinvolse l'intero tessuto territoriale determinando un incremento delle attività agricole e produttive. 

Durante le dominazioni sveva, angioina e aragonese il territorio subì la medesima sorte del resto del Meridione con il frazionamento in tanti microfeudi e l'aggregazione alle province limitrofe. Il dinamismo politico di Federico II di Svevia aprì un eterno conflitto con il papato e con i comuni, che egli tentava di assoggettare totalmente al potere imperiale. La contea del Molise cessò di esistere come stato feudale quando Carlo d'Angiò ne fece demanio regio, aggregando la valle del Volturno alla Terra di Lavoro, il Basso Molise alla Capitanata ed assegnando piccoli feudi a signori lui devoti. Dalla dominazione angioina, inaugurata nel 1266 a quella aragonese, a causa del progressivo impoverimento delle tradizionali pratiche agricole, tornò in auge l'antichissima pratica della transumanza. Alfonso d'Aragona, primo sovrano aragonese, istitì la Grande Dogana pugliese delle greggi che diede nuovo corso all'economia di gran parte del Meridione, rivitalizzando un'agricoltura ed una pastorizia ormai languenti in un regno devastato dalle guerre.

Nel Seicento, durante il Viceregno spagnolo, i feudi si polverizzarono, riducendo il numero delle terre demaniali, le uniche a godere di una relativa autonomia; nei feudi non ci furono più limtii all'arbitrio e all'abuso dei signori, e l'agricoltura rimase un'attività stentata, largamente cerealicola e aperta agli usi civici.

Il secolo dopo, il Settecento, la scena economica e sociale si mostrava di un'arretratezza sconcertante: i cereali ristagnavano nei magazzini, e anche a causa della bonifica della Capitanata, la transumanza si ridusse fortemente.

L'Ottocento non trascorse in condizioni migliori del secolo che l'aveva preceduto: la semplice soddisfazione delle esigenze alimentari veniva considerata una grande conquista e il periodo unitario e post-unitario se possibile fu ancora più complicato. Il distretto di Isernia cominciò ad essere percorso dalle bande armate dei briganti in una lotta di classe episodica, ma pur sempre rivoluzionaria, l'unica possibile per uan popolazione povera e arretrata. Ci fu la completa disintegrazione della transumanza proprio quando mancavano valide alternative nel settore agricolo e industriale.

Grazie alla riforma agraria della metà del Novecento si cominciarono a  sentire i primi segni di una sia pur lenta ripresa economica.

 Le superfici agricole sono estese, le imprese agricole, di piccole dimensioni, sono per la maggior parte a conduzione familiare: nelle zone di montagna della provincia di Isernia, la più ricca di boschi, prevalgono le foraggere, in quelle collinari, i seminativi.

L'olivicoltura locale, considerata sinora povera e marginale tra le colture, sta attraversando una fase di rilancio e trova condizioni climatiche idonee sin dai tempi dei Romani. Buona parte della superficie agricola è coltivata ad olivo: una zona ad alta vocazione olearia è la piana di Venafro.

Quanto di meglio vi è nella nostra cucina deriva indubbiamente dal passato rurale, dalle consuetudini gastronomiche di contadini, pastori e artigianiche le hanno dato un carattere di cucina povera e naturale. La base alimentare era costituita dalla farina di granturco e, più raramente, da quella di grano trasformata in pane e pasta fatti in casa, dalle verdure campestri e dai legumi.

I contadini possidenti seguivano una dieta più completa che prevedeva formaggi, uova e legumi ricchi (piselli, lenticchie, fagioli) e dolci fatti in casa: le differenze di classe passavano allora soprattutto attraverso l'alimentazione. La carne era per i più un alimento di lusso da gustare soltanto in giorni particolari, in occasione di matrimoni, nascite e festività reliogiose importanti.

L'alta tradizione della pasta molisana riconduce, attraverso l'organizzazione produttiva del vecchio latifondo e della piccola azienda contadina, alla matrice cerealicola sannitica: acqua e farina erano, e sono ancora oggi, la base per un infinità di primi piatti, tra i quali primeggiano gli gnocchi e i cosiddetti cavatelli, incavati con le dita uno per uno. La pasta ha conteso il primato, senza spodestarle del tutto, a polente e minestre di cereali e verdure e il pane, di ottima qualità, domina  incontrastato soprattutto se consumato con il più classico dei condimenti, l'olio di oliva.

 

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